mercoledì 30 ottobre 2019

Contro tosse e mal di gola ti aiuta lo zenzero. Di Filippo Vagli




Lo zenzero è una radice dall'aroma speziato e dai poteri riscaldanti, vero elisir per la salute di gola e polmoni durante l'autunno inoltrato: elimina le secrezioni infette e rivitalizza
Una radice conosciuta fin dalla più remota antichità
Lo zenzero è una pianta erbacea perenne proveniente dall'Asia orientale. In botanica è conosciuto come Zingiber officinalise in fitoterapia se ne utilizza la radice: lo zenzero contiene un olio essenziale che risulta essere composto da numerosi principi attivi, dei quali il più importante sembra essere il gingerolo. Il potere dello zenzero era conosciuto già nell'antichità, tanto che ne viene riportata notizia da illustri personaggi della scienza medica e non solo, quali Galeno, Ippocrate e Confucio
Lo zenzero, protagonista in medicina cinese
Per scoprire tutte le proprietà dello zenzero dobbiamo però rifarci alla medicina cinese. Secondo questa millenaria disciplina l'autunno è la stagione più indicata per sfruttare le proprietà riscaldanti dello zenzero che, col suo sapore piccante, è capace di aiutare l'organismo a combattere il freddo, stimola la sudorazione e l'espulsione delle scorie e vince gli squilibri energetici che ci rendono più vulnerabili alle patologie respiratorie e ai disturbi polmonari. Vediamo come usarlo per affrontare in salute il mese di novembre.
Si usa al posto dell'aspirina e non disturba lo stomaco
Per la medicina cinese lo zenzero, oltre a essere rimedio d'elezione per le malattie da raffreddamento: drena il corpo dall'accumulo di catarro, contrastando efficacemente anche la tosse ed eliminando le infiammazioni respiratorie. Inoltre, lo zenzero migliora la digestione, ha una potente azione antinausea, qualsiasi ne sia la causa (gravidanza, terapie chemioterapiche, mal d'auto), è un eccellente antinfiammatorio con una attività pari a quella dei comuni FANS (come l'aspirina), ma senza effetti gastro-lesivi. A livello intestinale promuove la formazione di flora batterica e inibisce l'azione di batteri nocivi.
Lo zenzero è efficace come decotto o in tisana
Lo zenzero si può utilizzare come decotto, mettendo in infusione in una tazza d'acqua 2 cm di radice fresca, ai primi sintomi di raffreddore e influenza e contro il catarro. Per la preparazione della tisana invece si usa la radice di zenzero fresca, meglio se fatta scaldare qualche minuto in padella. Schiacciando la polpa della radice (o centrifugandola) si ottiene invece un succo altamente efficace contro catarro e vomito d'origine influenzale. Procedi così: spremi mezza radice di zenzero, unisci il succo a una tazza d'acqua, fai bollire per 10 minuti e bevi prima di coricarti dolcificando con un cucchiaino di miele.
Inoltre, una tisana preparata con la buccia sottile che riveste la radice, fatta bollire per 10 minuti in una tazza d'acqua, ha un'azione diuretica e stimolante dei reni.
La curiosità: rinforza i capelli
Sembra che lo zenzero sia efficace anche per uso esterno, come frizione contro la caduta dei capelli. Anche in questo caso, va utilizzato il succo di radice fresca, da applicare su tutto il cuoio capelluto dopo lo shampoo con un'accurata frizione. La cura va seguita per 1-2 mesi, soprattutto al cambio di stagione

RISPOSTE A DOMANDE FREQUENTI SUI FIORI DI BACH. Di Filippo Vagli


1.  I Fiori di Bach sono un prodotto omeopatico?
No, pur essendovi dei punti di contatto tra omeopatia e floriterapia, i fiori di Bach non sono rimedi omeopatici.
2. Come utilizzare i Fiori di Bach?
Generalmente (ma in alcuni casi possono esservi indicazioni diverse) si assumono 4 gocce 4 volte al giorno, al mattino a digiuno e alla sera prima di coricarsi, le altre due volte quando si vuole, senza problemi nella scelta dell'orario o del momento, ma cercando di rispettare intervalli di tempo regolare. Non ci sono controindicazioni. Possono essere associati a qualsiasi trattamento naturale o chimico.
3. Per quanto tempo possono essere presi?
Come rispondeva E. Bach: "Se al mattino hai freddo metti un capotto; se sei giù prendi Mustard"… Si possono assumere costantemente, ad esempio se si desidera agevolare un percorso personale di autoconoscenza, oppure fino alla completa scomparsa dei disagi o dei sintomi. All'inizio sono utili per riequilibrare la situazione generale, poi possono essere utilizzati per cogliere, approfondire e armonizzare alcuni aspetti di noi stessi legati al carattere.  In seguito capire le piccole cose che non vanno e assumere i fiori, ci apre il mondo della prevenzione.
4. Dopo quanto tempo funzionano i rimedi floreali?
Dipende molto dalla persona e dai sintomi, più sono acuti e prima sono evidenti i risultati, più sono cronici o comunque di vecchia data e più tempo è richiesto affinché si noti il miglioramento. I bambini sono molto più veloci degli adulti nella riposta.
5. Ci possono essere dei peggioramenti durante il periodo in cui si assumono i Fiori di Bach?
Poiché i fiori agiscono a livello psicoemozionale è possibile che nella prima fase di assunzione (da poche ore a pochi giorni), si assista ad un ribollire delle emozioni, che potrebbe manifestarsi con maggiore irritabilità, fragilità, tristezza… Per quanto senz’altro fastidiosi, questi sintomi o stati d’animo sono destinati a svanire per lasciare posto ad uno stato di progressivo benessere.
6. Ci si può "abituare" ai Fiori di Bach?
I fiori non producono assuefazione. Sarebbe erroneo pensare di ricorrere ai fiori tout court con un atteggiamento delegante, pensando di non fare la propria parte in prima persona.
 7. Possono non funzionare?
I fiori non funzionano se non sono stati individuati quelli adatti alla persona in quel momento, per questa ragione è sempre bene affidarsi ad un esperto. Anche incominciare un ciclo di assunzione quando non ci si sente davvero pronti può compromettere il risultato. In questo caso si può optare per dei fiori che aiutino a sbloccare le resistenze oppure attendere che i tempi siano maturi.
8. I fiori di Bach possono essere usati da persone con allergie?
Sì, con la massima sicurezza, poiché i fiori sono un rimedio vibrazionale e non soggetto a principi attivi. Inoltre la loro preparazione è soggetta ad una serie di diluizioni che non permettono di trattenere eventuali pollini.
9. I rimedi floreali possono essere usati in gravidanza?
Con la massima tranquillità, anzi: un maggiore equilibrio emotivo in questo periodo è sicuramente utile sia alla mamma che al bambino.
10. Vorrei usare i fiori di Bach per i miei bambini, devo utilizzare obbligatoriamente il brandy?
No, si può usare come conservante anche l'aceto di mele. E’ possibile inoltre mettere le gocce in un bicchiere con poca acqua calda in modo tale da fare evaporare la componente alcolica.
11. I fiori di Bach funzionano per l'effetto placebo?
Assolutamente no! Lo dimostrano i risultati su bambini, animali e piante.
12. Il computer, la TV o l'esposizione dei fiori di Bach ai telefonini, o ai raggi dei controlli degli aeroporti possono neutralizzare la loro efficacia?
Per quanto non sia dimostrato un effettivo danneggiamento della miscela, personalmente consiglio di non tenerla perlomeno vicina al cellulare.
13. I fiori di Bach hanno effetti collaterali o interazione con altri medicinali?
 No, possono essere presi con la massima tranquillità e in ogni fascia d'età. Non interferiscono con alcun medicinale data la loro natura vibrazionale.
14. Esiste una miscela fissa o definitiva che può essere presa sempre?
Non esiste la miscela definitiva. I fiori vanno scelti sempre sulla base di ciò che la persona sta affrontando e di come si sente al momento presente.


lunedì 28 ottobre 2019

ECCO PERCHE’ AVERE SEMPRE IN CASA L’OLIO ESSENZIALE DI TEA TREE. Di Filippo Vagli


L’olio di tea tree è un olio derivato dalla Melaleuca Alternifolia, originaria dell’Australia. È da sempre utilizzato per il trattamento delle infezioni della pelle e delle ferite, ma ha veramente tantissime applicazioni. È infatti uno degli oli più versatili e naturali che si possano trovare in commercio.
Sembra che la principale ragione delle sue proprietà curative dipenda dalla presenza al suo interno dei terpenoidi, delle potenti sostanze chimiche organiche.
Ma vediamo insieme una carrellata di usi che si possono fare dell’olio di tea tree precisando che tale olio può essere applicato puro su una piccola parte, ad esempio su un brufolo, ma in caso di pelle sensibile o superfici più estese, è sempre meglio diluirlo con dell’olio vettore. Inoltre non va mai ingerito.
Abrasioni e piccoli tagli: assicuratevi che l’area sia pulita, quindi applicare qualche goccia di olio sulla zona interessata. Se la pelle è sensibile, diluite con olio vettore. Se è richiesto un bendaggio, mettete alcune gocce di olio su un batuffolo di cotone o un pezzo di garza, poggiate sulla ferita e bendate.
Acne: applicate direttamente sui brufoli con un tampone di cotone. Lasciate agire per un paio d’ore. Se vedete che l’olio vi secca la pelle, diluitelo con olio vettore o un po’ di gel di aloe vera.
Deodorante: aggiungete qualche goccia di olio essenziale al diffusore o su batuffoli di cotone da conservare in sacchettini, in modo da diffondere in tutto l’ambiente il profumo di tea tree.
Allergie: per il trattamento di allergie in genere si consiglia di effettuare un massaggio con qualche goccia di olio diluito sul petto, addome o punti riflessi dei piedi.
Artrite: per alleviare il dolore si effettuano massaggi sulla zona con 20 gocce di olio di tea tree diluito in olio vettore.
Asma: aggiungete qualche goccia nell’acqua bollente per effettuare dei suffumigi.
Piede d’atleta: pulite i piedi accuratamente, prestando particolare attenzione nella zona tra le dita. Applicate un leggero strato di olio di tea tree sulla zona interessata 2-3 volte al giorno, fino a quando i segni dell’infezione non saranno scomparsi.
Infezioni batteriche: massaggiate l’olio sulla zona interessata o aggiungete alcune gocce nell’acqua della vostra vasca da bagno.
Alito cattivo: Mescolate una goccia di olio con un po’ d’acqua ed effettuate gargarismi, prestando molta attenzione a non ingoiare la soluzione.
Bolle: assicuratevi che la zona sia pulita e poi applicate una o due gocce di olio sulla bolla.
Contusioni: applicare un impacco freddo e in un secondo momento l’olio così come indicato per l’artrite.

Bruciature leggere: lavate la parte interessata con acqua fredda per un bel po’. Poi attendete qualche minuto prima di aggiungere una miscela di 5 gocce di olio con un cucchiaino di miele grezzo, (il miele di Manuka è particolarmente efficace).
Calli e Duroni: massaggiare la zona interessata con cinque gocce olio di mescolate in un cucchiaio di olio vettore. Ripetete due volte al giorno, in modo da ammorbidire calli e duroni e facilitare la rimozione.
Afte: applicare una o due gocce di olio sulla zona infetta con un batuffolo di cotone.
Labbra screpolate: aggiungere una goccia di olio al balsamo per le labbra o a dell’olio di cocco. Non ingoiatelo.
Morsi di pulce: applicate una goccia di olio sul morso.
Herpes labiale: mettete una o due gocce di olio su un batuffolo di cotone e applicate direttamente sulla parte.
Tosse: Create dei suffumigi, aggiungendo 10 gocce di olio all’acqua bollente. Coprite la testa e respirate.
Forfora: Aggiungete 10 gocce di olio nella bottiglia del vostro shampoo. Agitate bene. Strofinate lo shampoo con l’aggiunta di olio di tea tree sul vostro cuoio capelluto e lasciate agire per 5 minuti. Risciacquare bene.
Dermatite: aggiungete 10 gocce di olio in un cucchiaio di olio vettore e massaggiate la parte interessata. Ripetete 2 volte al giorno.
Pelle secca: aggiungete cinque gocce di olio di tea tree a un cucchiaio di olio di mandorle dolci. Massaggiate delicatamente.
Eczema: aggiungete 10 gocce di olio in un cucchiaio di olio di semi o di cocco e massaggiate delicatamente sulle zone colpite. Ripetete due o tre volte al giorno.
Come rimedio antipulci per cani: versate qualche goccia di tea tree diluito sul collare del cane a cadenza settimanale. Non lo fate sui gatti. Per loro, ci sono altri rimedi antipulci.  Se decidete di utilizzarlo sul collare del vostro cane, usate sempre un olio a bassa concentrazione e diluitelo sempre. Non mettetelo mai direttamente a contatto con la pelle.
Gotta: aggiungete 10 gocce di olio a due cucchiai di olio vettore. Massaggiate la zona interessata 2-3 volte al giorno.
Pidocchi: aggiungete 20 gocce di olio a due cucchiai di shampoo. Massaggiate il cuoio capelluto e i capelli e lasciate in posa per 10 minuti. Risciacquate. Ripetete tre o quattro volte al giorno, fino alla scomparsa delle uova.
Orticaria: aggiungete 10 gocce di olio a quattro cucchiai di amamelide. Applicate con un batuffolo di cotone.
Collutorio: mescolate acqua purificata con qualche goccia di olio di tea tree. Non ingoiate assolutamente la soluzione!
Per il Sistema immunitario: spruzzare un po’ di olio di tea tree in tutta la casa regolarmente, e massaggiare le piante dei piedi per migliorare la risposta immunitaria
Peli incarniti: mettere 1-2 gocce di olio sui peli incarniti. Ripetete ogni due ore o fino a quando l’infezione va via.
Spray anti-insetti: aggiungete 15 gocce in un quarto di tazza di acqua, mescolate in un contenitore munito di spruzzino e utilizzare sul corpo come repellente per insetti.
Per la biancheria: aggiungete uno o due cucchiaini di olio di tea tree al bucato per aiutare a prevenire la muffa.
Rimozione della muffa: combinate due cucchiaini di olio di tea tre con due tazze di acqua per creare un detergente universale per il trattamento di muffe e funghi. Agitate bene il flacone prima dell’uso. Spruzzate sulla superficie colpita e lasciate asciugare. Non risciacquate.
Punture di zanzara: applicate una goccia di olio sulle punture di zanzara.
Per allontanare le formiche: alle formiche non piace l’olio di tea tree. Per questo, mettetene alcune gocce sulla porta in modo che funga da deterrente.
Psoriasi: mescolate 10 gocce di olio in un cucchiaio di olio vettore e massaggiate le zone colpite. Ripetete due o tre volte al giorno.
Sciatica: unite 10 gocce di olio in un cucchiaio di olio vettore e massaggiate la parte. Fate questo due o tre volte al giorno.
Sinusite: usatelo per dei suffumigi, come abbiamo descritto precedentemente.
Pulire lo spazzolino: mettete qualche goccia di olio sullo spazzolino da denti una o due volte alla settimana per uccidere i batteri.
Tonsillite: aggiungete qualche goccia di olio di tea tree nell’acqua fumante, mettete un asciugamano sopra la testa e piegatevi sopra soluzione per inalare. Potete fare anche dei gargarismi: sempre senza ingoiare la soluzione, ricordate l’olio di tea tree è tossico.
Infezione vaginale: aggiungete qualche goccia all’acqua con cui vi lavate. In caso di irritazione smettere di usare l’olio e lavate la zona con acqua calda pulita.
Infezioni virali: diffondete l’olio di tea tree in tutta la casa. In alternativa, inalate con vapori.
Verruche: applicare l’olio non diluito sulla verruca. Ripetete mattina e sera, fino a quando la verruca comincia ad andare via. Diluire con olio di base se avete la pelle sensibile.

INTRODUZIONE AL LIFE COACHING METODO FILIPPO VAGLI


Il Life Coaching insegnato da Filippo Vagli si basa sul ruolo dell’individuo all'interno della società e dell’ambiente in cui vive Ed è incentrato sul principio responsabilità e consapevolezza dell’individuo.
Questo approccio lo differenzia da altri tipi di Life Coaching, nei quali il benessere dell’individuo passa attraverso forze sovrannaturali piuttosto che sul pensiero positivo, sulla motivazione e sulla programmazione neurolinguistica.
Il Life Coaching è una professione che tende allo sviluppo e alla valorizzazione delle risorse personali nei vari settori che contraddistinguono la vita quotidiana e professionale delle persone e a proporre una stile specifico di «allenamento» al miglioramento della qualità della vita nella sua interezza. In una visione di questo tipo il Life Coaching riunisce in un'unica attività professionale i principi e i contenuti del Counseling, della Naturopatia, della Psicosomatica proponendo un approccio con la salute e il benessere che partendo dagli aspetti più materiali, possa giungere a progettare insieme al il cliente un percorso  di ricerca di una piena realizzazione a livello olistico
Definizione di Coaching
Il termine “Coaching” significa ”allenamento”. L’allenamento presuppone la conoscenza e l'applicazione pratica di teorie e abilità che devono essere interiorizzate, sviluppate e perfezionate ai fini di una performance più efficace ed efficiente possibile
Tale prestazione si può sviluppare in più ambiti:
Sportivo
Aziendale
Relazionale
Famigliare
Personale
Il Coach è, quindi un “allenatore". Una persona professionalmente preparata nel settore di propria competenza in grado di fornire ai propri  clienti strumenti, tattiche, accorgimenti, avvertenze, strategie, da applicare ai fini della realizzazione di un determinato obiettivo o al miglioramento delle proprie abilità di performance. Un consulente strategicamente orientato a individuare, far emergere e sviluppare quelle risorse che il suo cliente non è consapevole di possedere o che ritiene utile migliorare per poter sviluppare le proprie capacità di performance e la propria crescita personale e professionale.
La crescita personale e professionale sono quindi gli l’elemento centrale dell'attività di Life Coaching proposto da Filippo Vagli. Non si tratta di un'attività puramente teorica ma tende a mettersi in relazione sempre alle richieste del cliente, che  visione viene considerato come essere unico e irripetibile e quindi non assoggettabile a protocolli uguali ad altri individui. Gli obiettivi che si andranno a concordare nel contratto con il cliente devono essere dimostrati come effettivamente realizzati vita pratica e quotidiana di quest’ultimo.
Il Life Coach non è quindi né un Guru né tanto meno un maestro spirituale che dispensa consigli ai propri seguaci, ma al contrario un professionista a tutto tondo al quale si chiede di aiutare il proprio cliente a sviluppare al massimo le sue potenzialità al fine di pianificare e realizzare determinati obiettivi, verificabili e misurabili.
Possiamo quindi definire il Life Coaching come un'attività rivolta al miglioramento della performance del cliente in qualunque ambito quest'ultimo intenda esprimerla.
Se utilizziamo il termine a noi più consono di “allenamento" si può quindi sostenere come il Life Coach sia un «allenatore» e il suo cliente la persona che pratica concretamente ed effettivamente l'attività di allenamento, «l’atleta» quindi. In realtà, allenarsi per migliorare costantemente le proprie performance e la propria capacità di adattamento alla vita dovrebbero essere delle pratiche che tutti noi dovremmo svolgere quotidianamente al fine di rendere la nostra vita sempre più qualitativa. Ma nella pratica quotidiana avviene che ogni persona nel corso della propria esistenza, in relazione alle sfide che la vita quotidianamente gli mette di fronte, abbia la necessità di potersi avvalere di un Life Coach che sia in grado di sostenerla, orientarla e allenarla per far fronte alle sfide che in autonomia non sarebbe nelle condizioni di affrontare
Il Life Coaching, così come insegna la teoria dell’allenamento in generale si basa su una serie di sistemi di allenamento che seguono un vero e proprio «metodo» inteso come strumenti e competenze specifiche per esprimere le performance di livello più elevato possibile. Ed è proprio il «metodo» che il Life Coaching nella visione di Filippo Vagli intende trasmettere ai propri clienti in modo tale che successivamente ad una prima fase di addestramento, possano allenarsi autonomamente predisponendosi con la maggior efficacia ed efficienza nei confronti delle sfide che la vita presenta quotidianamente
Definizione di Life Coaching metodo Filippo Vagli
Il Life Coaching proposto da Filippo Vagli si esplica quindi in un’attività di consulenza professionale rivolta al benessere di un individuo che mira a sistematizzare tutta una serie di elementi che cooperano in favore di uno stile di vita volto ad ottenere la miglior qualità possibile della vita stessa
Quello stile di vita che Carl Rogers, psicologo e psicoterapeuta statunitense del secolo scorso appartenente a quel filone della psicologia chiamato Psicologia Umanistica e padre fondatore del Counseling chiamava LA VITA PIENA.
Intendendo il Life Coaching in questa visione parliamo di un tipo di attività basata su un doppio binario:
Prima fase: analisi della situazione e restituzione delle modalità più efficienti e più efficaci per portare la persone verso salute e benessere
Seconda fase: «guida sul campo», intesa come attività di training quotidiano. Un po’ come avviene per un allenatore di una squadra sportiva, che allena quotidianamente sul campo i propri atleti al fine di prepararli al meglio in previsione delle gare che dovranno affrontare
Il Life Coach applica e insegna un metodo, quello della consulenza del benessere ad indirizzo psicobiologico, addestrando la persona a rendersi autonomamente abile e capace di utilizzare gli strumenti più appropriati in relazione alle differenti situazioni che vorrà o dovrà affrontare ai fini della promozione della sua salute e del suo benessere
Si inizia con una fase di analisi in cui insieme con il cliente si prende in esame lo stile di vita del cliente stesso, analizzandolo da tutti i punti di vista:
Alimentazione
Cura e gestione di corpo, mente e spirito.
Lo scopo di tale analisi non è soltanto quello del raggiungimento di uno o più obiettivi richiesti dal del cliente, ma quello di fornire al cliente stesso tutti gli strumenti e quelle strategie che gli consentano di essere autonomo nell’indirizzare la propria vita verso la massima efficacia ed efficienza. Significa fornire al cliente stesso un metodo di «allenamento» che gli consenta di sviluppare al massimo tutto il suo potenziale al fine di costruire un programma adattabile a tutte le possibili circostanza che gli si presenteranno nella vita garantendogli le migliori performance possibili.
Nella visione di Life Coaching di Filippo vagli si parla infatti di Mastery, letteralmente «Padronanza», intesa come piena consapevolezza delle proprie abilità e competenze al fine della piena realizzazione di Sé, in maniera il più possibile autonoma, libera, consapevole e responsabile.
Impostazione del percorso formativo in Life Coaching
Il percorso di formazione in Life Coaching si articola in una serie di moduli, ciascuno dei quali affronta e approfondisce tutti gli aspetti che riguardano la vita pratica della persona.
Tali aspetti vengono analizzati da diversi punti di vista, al fine di individuare quali di essi siano da sviluppare e potenziare e quali invece da abbandonare perché disadattivi per il soggetto stesso.
Ultimata questa prima fase di analisi razionale si passa ad una seconda fase definita come fase di PURIFICAZIONE E RIORDINAMENTO dello stile di vita della persona stesa.
Tale fase sarà propedeutica per arrivare a definire gli elementi su cui la persona dovrà «allenarsi» quotidianamente al fine di elevare le proprie qualità, abilità e competenze per arrivare ad avere la massima espressione e soddisfazione possibile della propria vita.
Ecco che il Life Coach, durante il proprio percorso formativo dovrà necessariamente acquisire una serie di conoscenze, competenze e abilità in tutti quegli ambiti che riguardano il comportamento umano nelle sue diverse sfaccettature:
Biologia
Biochimica
Etologia
Sociologia
Psicologia
Antropologia
Il Life Coach non dovrà diventare necessariamente un esperto di ognuno di questi ambiti, ma conoscerne almeno gli elementi di base al fine di poter integrare armoniosamente tra loro questi elementi in modo tale da condurre efficacemente il proprio cliente verso il risultato di una vera promozione di salute e benessere in maniera adattiva
Non siamo di fronte quindi ad una visione del Life Coaching come quella che prevede il saper indicare il rimedio naturale più efficace per combattere una patologia o la tecnica migliore per uscire da un attacco di panico. Certo, nei moduli formativi ci saranno anche quegli aspetti, ma il Life Coaching proposto da Filippo Vagli anziché rivolgersi alla cura degli aspetti negativi, si rivolge alla promozione e allo sviluppo degli aspetti positivi delle persone e della loro vita. 

venerdì 25 ottobre 2019

COME POTER CAMBIARE I NOSTRI STATI D’ANIMO. Di Filippo Vagli


Spesso viviamo periodi contraddistinti da uno stato d’animo negativo ma ciononostante continuiamo a fare le stesse cose, anche se un grande saggio come Albert Einstein ci ha insegnato da tempo che “Se fai sempre le stesse cose otterrai gli stessi risultati”.
Certo, fare cose nuove significa cambiare e cambiare per l’animo umano è estremamente complicato.
Ci scontriamo infatti con il fenomeno della resistenza al cambiamento, un qualcosa di insito in ognuno di noi. Per noi il cambiamento è fonte di guai perché è faticoso, implica un notevole dispendio energetico, e quindi per pigrizia tendiamo a rimanere in quella che si chiama “Zona di Confort.
Ecco perché c’è chi resiste per quarant’anni ad un lavoro che gli fa schifo, così come chi rimane intrappolato a vita in un rapporto di coppia che non lo soddisfa. E lo fa perché stare lì, rimanendo nel punto in cui si trova, è più facile e meno doloroso che cambiare.
Spesso cambiamo quando non ne possiamo più, quando siamo realmente con le spalle al muro, quando sentiamo di avere toccato il fondo, ma così facendo gettiamo al vento gli anni più belli della nostra vita.
Inoltre oggi i cambiamenti sociali viaggiano velocissimi e se non cambiamo anche noi allo stesso ritmo riuscendo ad adattarci ai cambiamenti, vivere diventa un problema e il nostro stato d’animo non potrà che essere negativo.
Cambiare non è facile, ma la buona notizia è che è possibile farlo.
Cambiare è possibile non tanto grazie al “pensiero positivo”, una scuola di pensiero che non amo particolarmente, quanto grazie all’”atteggiamento positivo”, elemento che è in grado di per sé di cambiare il nostro stato d’animo e la nostra vita.
E per farlo esiste una parola d’ordine: l’azione.
Se vogliamo dirigere la nostra vita, e non farci dirigere da essa, dobbiamo assumere il controllo delle nostre azioni dal momento che ogni azione che compiamo innesca necessariamente tutta una serie di conseguenze.
Siamo noi che decidiamo continuamente il nostro presente, e il nostro futuro dipende in buona parte dal nostro potere decisionale. Tutto è una decisione: il lavoro, la carriera, la famiglia, i figli, la dieta, il fumo, il mutuo, la macchina. Se solo ci fermiamo un attimo a pensare diventiamo consapevoli di quante migliaia di decisioni abbiamo preso nell’arco della nostra vita.
Ogni qual volta compiamo un’azione, attiviamo uno specifico percorso neuronale, e se questa azione la compiamo dieci, cinquanta, cento, mille volte, essa diventerà una nuova abitudine, che andrà a scalzare quelle che erano le vecchie abitudini, le vecchie modalità, i vecchi atteggiamenti.
Compiere azioni implica però spendere un po’ di fatica, ma è l’unica possibilità che abbiamo per vivere una vita piena, per vivere felici e per goderci fino in fondo gli anni che ci rimangono da vivere, che per altro non sappiamo quanti saranno.
Spendendo un po’ di fatica è possibile infatti uscire dal grigio in cui ci troviamo oggi.
Si, spendendo un po’ di fatica, perché un po’ di fatica è necessaria per giungere a qualsiasi tipo di obiettivo.
Ma molto spesso, anziché passare per la via dell’impegno e della fatica siamo bravissimi nel piangerci addosso. Abbiamo inventato una nuova arte, quella di creare gli “scusoni”, degli alibi.
Per evitare di compiere ogni azione che ci porterebbe verso un cambiamento c’è sempre una scusa, così dietro ad ogni nostra sconfitta c’è sempre un alibi esterno.
Spesso nelle consulenze di Life Coaching mi capita di suggerire alle persone di leggere, di studiare, di andare a vedere mostre, di visitare città, di fare corsi, per crescere, per migliorare le proprie competenze. E le risposte sono per lo più che leggere piace poco, che studiare a una certa età è impegnativo, che per viaggiare non c’è tempo, che i corsi sono lontani, costano troppo, e che quelli che sono vicini e che costano poco sono poco qualificati
Scuse, solo scuse, centinaia, migliaia di scuse, di alibi.
Bisognerebbe avere il coraggio di dire le cose come stanno, vale a dire che leggere, studiare, crescere e tutto ciò che porta verso un cambiamento di stato non interessa, non è una priorità, soprattutto perché costa impegno e fatica.
Ma sono proprio le difficoltà gli elementi che costringono l’uomo ad evolvere.
Se non affrontiamo le difficoltà rimaniamo in uno stato neonatale, mentre affrontandole, una volta superate, saremo diversi, saremo cambiati di stato e di conseguenza avremo modificato i nostri stati d’animo.
Basta andare su You Tube e digitare “Nick Vujicic”. Se già non lo conosciamo ci accorgeremo di come questo ragazzo australiano nato senza gambe, senza braccia, con solo due piccoli piedi (uno dei quali con solo tre dita) a causa di una rara malattia genetica, fa tutto quello che vuole fare, mentre noi ci inventiamo mille scuse per non fare quello che ci servirebbe, anche se abbiamo le gambe e le braccia.
Se aspettiamo che tutte le condizioni siano ideali non faremo mai nulla, perché ci sarà sempre qualcosa che non sarà perfetto. In Africa, così in tante zone del Sud America c’è uno stato di povertà assoluta però la gente ride; a Milano c’è ricchezza però sono tutti arrabbiati e ansiosi. Così come se ben ci pensiamo quelli che noi chiamiamo problemi altro non sono che i desideri della maggior parte della popolazione mondiale. Chi non riesce a mettere insieme un pasto caldo per cena pagherebbe molto volentieri le tasse che paghiamo noi.
Nell’affrontare il cambiamento dobbiamo considerare che il nostro cervello non riconosce la diversità tra verità e fantasia; è infatti sufficiente immaginare di strisciare le unghie contro una lavagna di ardesia per percepire i brividi lungo la schiena e la pelle d’oca su tutto il corpo, esattamente come se quella azione la stessimo compiendo realmente.
Ecco che il nostro dialogo interiore, le domande che ci poniamo, le parole che ci diciamo hanno un grande significato, pari a quello delle nostre azioni.
Ogni parola è ipnotica, nel senso che, sia che a pronunciarla siano altre persone piuttosto che noi stessi, produce grandi effetti nella mente della persona che la ascolta.
Le parole possono farci ridere, piangere, ferire, guarire, ci possono portare speranza così come disperazione, e quindi influenzano pesantemente i nostri stati d’animo.
Attraverso le parole siamo in grado di esprimere i nostri desideri, i nostri sogni, i nostri obiettivi, così come attraverso le parole possiamo arrivare a influenzare l’emotività nostra e delle persone che ci ascoltano.
Le parole toccano nel profondo e sono uno strumento importante di crescita; portano verso l’azione, e l’azione crea il nostro destino. Le parole, soprattutto quelle che diciamo a noi stessi, si sedimentano nella nostra mente e hanno un potere incredibile.
Cambiando le parole che ci diciamo in nostro cervello percepisce cose diverse e incomincia a cambiare. Ecco perché per modificare i nostri stati d’animo è così importante provare a cambiare le parole che normalmente utilizziamo.
I più recenti studi di neuroscienze hanno evidenziato che le parole che usiamo diventano la nostra esperienza e quindi se ampliamo in nostro vocabolario possiamo cambiare la nostra storia.
Quando ci troviamo in uno stato d’animo negativo e stiamo provando un’emozione o una realtà che non ci piace, spesso basterebbe incominciare a chiamarla in un altro modo, con altre parole, con un sinonimo, per depotenziarla, riducendone sensibilmente l’intensità.
Facciamo qualche esempio concreto: abbiamo provato una forte delusione e questo ci fa stare male. Anziché dire “sono deluso” proviamo a dire “sono contrariato”. Una nostra attività non ha dato i risultati sperati e ci sentiamo in uno stato di frustrazione. Anziché dire “ho fallito” proviamo a dire “ho fatto un’esperienza”. Proviamo ad utilizzare il termine “pensieroso” anziché “triste” o a dire “sono molto molto impegnato” anziché “sono molto stressato”, così come pronunciare “meravigliato” anziché “deluso”.
In psicosomatica si dice che il termine “devo” pesa come un macigno sulla nostra schiena. E’ sufficiente provare a sostituirlo con “posso” per fare in modo che il percepito, per il nostro psicosoma sia un qualcosa di completamente diverso, di molto più leggero.
Dobbiamo smetterla di pronunciare le parole che non ci servono, che non sono adattive per noi. Smettendo di pronunciarle riusciremo a ridurre intensità emotiva che l’eco di certe parole producevano al nostro interno. Se riusciremo in questo intento, andando quindi a trasformare il nostro vocabolario, percepiremo qualcosa di completamente nuovo, diverso, e questo modificherà sostanzialmente i nostri stati d’animo. Sarà quindi proprio attraverso l’uso corretto delle parole che possiamo trovare quello stato d’animo che ci sarà più utile per le attività che dovremo affrontare nella nostra quotidianità.
E se, nonostante i problemi e le difficoltà che la vita quotidianamente ci propone, abbiamo deciso che vogliamo essere felici, perché comunque se ben ci pensiamo nella vita di ognuno di noi ci sono anche tante cose belle, alla domanda “Come stai?” risponderemo “Molto bene, meravigliosamente bene”.
In quel momento i nostri interlocutori ci guarderanno in modo strano, rimarranno spiazzati, dal momento che la risposta standard a quella domanda di norma è: “Non c’è male”. Ma per il nostro cervello, per il nostro psicosoma, per il nostro percepito, c’è una grande differenza nel pronunciare “Molto bene, meravigliosamente bene” piuttosto che “Non c’è male”. Gli effetti sulla nostra mente sono completamente diversi.
Esistono studi scientifici che dimostrano che enunciare ad un paziente oncologico che gli rimangono solo sei mesi di vita fa sì che difficilmente questi vada oltre quel termine. Comunicando invece ad un altro paziente con la stessa patologia la stessa diagnosi ma senza menzionare alcuna tempistica, quasi sempre quella persona supera abbondantemente tale periodo di vita.
Le parole che applichiamo alla nostra esperienza diventano la nostra esperienza e quindi il linguaggio e la scelta dei vocaboli costituiscono lo strumento principale del nostro stato d’animo e quindi del nostro benessere.
Usandoli saggiamente, immaginandoli come i semi della nostra pianta, essa stessa potrà fiorire e diventare una solida guida per il nostro percorso terreno.
Usandoli a sproposito otterremo nulla di più che una serie di erbacce.
Siamo noi che creiamo il nostro mondo.
Tutto è difficile sino a quando non sappiamo come si fa.


BIODINAMICA CRANIOSACRALE: ASCOLTARE LA SALUTE. Dalla rivista. DBN Magazine


Silenzio e spazio sono gli ingredienti fondamentali di questo approccio olistico, che mette al centro l’esistenza di ritmi o maree che muovono dall’interno l’organismo

l cliente disteso sul lettino, l’operatore seduto su uno sgabello accanto a lui. Quando si inizia una seduta di craniosacrale, per prima cosa ci si assesta. E mentre l’operatore e il cliente si mettono comodi, sembra quasi che l’intera stanza diventi più quieta e rilassata.
Silenzio e spazio sono gli ingredienti fondamentali di questo approccio olistico che trae origine dalle ricerche dell’osteopata americano William Garner Sutherland. Più di 100 anni di storia e una continua trasformazione di idee, linguaggio e paradigmi, al punto che oggi ci troviamo di fronte a tante e diverse scuole di pensiero, metodologie di lavoro anche molto distanti tra loro.
Il Craniosacrale di John Upledger, per esempio, ha poco in comune con la Craniosacrale Biodinamica di
Franklyn Sills. Entrambi americani, entrambi maestri riconosciuti della disciplina, eppure diversissimi nel modo di lavorare e nel linguaggio. Se Upledger promuove, infatti, un protocollo di intervento che sollecita un cambiamento a livello dei tessuti, Sills sta andando sempre di più in una direzione di presenza e ascolto: l’operatore aiuta la persona a riconnettersi con quell’intelligenza più profonda, insita in ogni sistema vivente, che è sempre lavoro per il migliore equilibrio possibile. Nonostante le differenze, entrambi fanno riferimento a una scoperta fondamentale per la craniosacrale: l’esistenza di ritmi o maree che muovono dall’interno l’organismo.

LA VITA È MOVIMENTO
La vita si esprime attraverso il movimento. Il movimento nello spazio, il movimento più interno del cuore e degli organi. Senza movimento non può esserci salute: le cellule non potrebbero liberarsi delle tossine, non potremmo digerire quello che mangiamo e i fluidi del corpo diventerebbero stagnanti. Quello che l’osteopata americano William G. Sutherland scoprì, nei primi decenni del Novecento, furono movimenti ancora più interni e sottili, movimenti involontari che avevano origine nel centro del corpo, dalla fluttuazione del fluido cerebro-spinale in cui galleggia il sistema nervoso centrale.
Scoprì che le ossa del cranio e il sacro si muovevano per assecondare una respirazione più interna e sottile di quella dei polmoni. Una respirazione che si esprimeva con movimenti a marea e avevano diversi ritmi. Scoprì anche che la libertà di esprimersi di queste maree era essenziale per la salute fisica e mentale e per il benessere della persona.

UN CONTATTO LEGGERO
Torniamo alla nostra seduta di craniosacrale. Il cliente è disteso sul lettino e l’operatore prende contatto con una parte del suo corpo. Potrebbero essere i piedi, oppure le spalle... Il contatto è leggero e morbido, le mani dell’operatore sembrano galleggiare sui tessuti.
L’operatore è consapevole dell’area che sta toccando, ma anche dell’intero corpo della persona e dello spazio che la circonda. È consapevole del tutto, senza perdere il particolare. Se guardiamo la scena da osservatori esterni, possiamo vedere pochissimo, sembra che non stia quasi accadendo nulla. Possiamo però percepire la quiete che si crea nel campo di relazione. L’operatore sta fermo, come in meditazione. Ascolta ciò che l’organismo vuole esprimere. Nulla sembra accadere eppure accade moltissimo. L’operatore di craniosacrale è infatti capace di percepire i dinamismi fluidi che Sutherland ha, appunto, chiamato maree. È la sensazione di qualcosa che sale, che si riempie, che si espande (inalazione) e poi la sensazione di qualcosa che si svuota, che scende e che si assesta (esalazione). È la marea fluida, o marea media (12 secondi in inalazione, 12 secondi in esalazione all’incirca). Un respiro lento che pervade l’intero organismo e viene definito respirazione primaria.
Quando il sistema della persona si sente intimamente accolto e ascoltato, un’intenzione di guarigione può venire in primo piano. Si esprime con movimenti eccentrici, rispetto all’andamento della marea, o con ritmi confusi, accelerati, a mulinello. È quello che anche gli osteopati chiamano fulcro di inerzia. Se, per esempio, una persona cade e il colpo è molto forte, rispetto alle sue risorse psicofisiologiche, può succedere che le forze dell’urto rimangano attive nell’organismo, imbrigliate e compensate dalle forze di salute presenti. Ecco perché diciamo che la craniosacrale si orienta alla salute: perché anche i fulcri di inerzia, le aree di restrizione e di dolore, in realtà sono organizzate da forze di salute al lavoro.
È un principio forse non troppo ovvio e facile da capire. Siamo infatti abituati a separare nettamente salute e disagio, problemi e risorse. Nella craniosacrale questo dualismo scompare e un’area problematica viene ascoltata insieme alle risorse che ha all’interno.

UN CAMPO DI RELAZIONE
“La craniosacrale è una disciplina che nasce dall’osservazione di come la natura guarisce”, spiega Luisa Brancolini, Presidente dell’Associazione craniosacrale Italia. “Un operatore non fa altro che orientarsi alle forze naturali che organizzano il vivente e a utilizzare diversi modi per supportare le forze di guarigione”. Ma quali vantaggi ci sono in un approccio che ascolta e non interviene?
“In questa metodologia di lavoro non ci interessano diagnosi e interventi. Non imponiamo niente, non aggiustiamo. Creiamo invece un campo di relazione così accogliente e spazioso che permette all’organismo di trovare da solo una strada per un equilibrio più funzionale. La scelta di un cambiamento non viene imposta, quindi, da noi operatori, ma è il punto di arrivo di un percorso definito dal sistema stesso”.
“Il cuore del lavoro craniosacrale”, spiega Franklyn Sills nel suo ultimo libro Foundation in Craniosacral Byodinamics, “ è la capacità di orientarsi e di percepire le forze sottostanti che organizzano il sistema umano. Orientarsi, in biodinamica, significa saper accogliere un processo particolare, una parte anatomica, uno stato specifico in un campo di percezione vasto. È in questo tipo di campo di accettazione, recettività e non giudizio che si svolge una seduta tra operatore e cliente”.
Ma quando e perché scegliere la craniosacrale? Le persone che si rivolgono a questa disciplina sono di tutte le età. Il tipo di contatto è infatti talmente leggero e rispettoso che può essere adatto sia per le persone anziane, sia per i neonati. I bambini, in particolare, riconoscono immediatamente un contatto e un contenimento che sa dare tutto lo spazio di cui hanno bisogno. Ci sono persone che arrivano per accrescere le proprie risorse di autoguarigione, risolvere tematiche che risalgono addirittura alla loro nascita. Altri semplicemente per stare meglio, per gestire lo stress, rilassarsi e conoscere più profondamente se stessi.


NON ESISTONO EMOZIONI BUONE E CATTIVE, MA SOLO EMOZIONI. Di Filippo Vagli


Emozioni buone ed emozioni cattive: una distinzione che non ha motivo di esistere.
Paul Ekman, uno dei maggiori esponenti delle teorie evoluzionistico-funzionaliste delle emozioni, individuò sei emozioni primarie: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto, sorpresa. Più tutta una serie di emozioni “secondarie” o sentimenti (imbarazzo, orgoglio, gelosia, invidia aggressività, colpa, ecc…) che nascono dalle connessioni tra emozioni primarie e situazioni.
Il nostro cervello ha bisogno di codificare e di catalogare tutto, e così spesso accade che etichettiamo anche le emozioni, inconsapevoli però che esse sono come la gamma dei colori dell’arcobaleno. Esistono tutte ed insieme convivono dentro di noi dal momento che ognuna di esse, in un determinato momento, sta svolgendo una sua specifica funzione.
La rabbia ad esempio è un di quelle emozioni che la stragrande maggioranza delle persone vive in maniera negativa. La cultura dominante ci ha insegnato fin da piccoli che le persone “rabbiose” sono cattive, inadeguate, vittime di sé stesse e delle situazioni negative della vita. E per assecondare questa visione abbiamo creato un’immagine di noi stessi troppo rigida e controllata per cui tendiamo a trattenere questa rabbia, fino anche ad arrivare all’ulcera o alla colite. L’addome, dal momento che contiene stomaco e intestino è considerato la sede della nostra istintualità, e quando lo teniamo troppo a bada, per il quieto vivere, per i condizionamenti sociali, per l’educazione che abbiamo ricevuto, succede che prima o poi ci viene a chiedere il conto attraverso i propri sintomi. Ecco quindi che questa rabbia, oltre a portarci consapevolezza su quanta energia, quanta forza, e quanta grinta possediamo, ogni tanto ci viene a trovare anche per rompere questa immagine troppo rigida di noi stessi che ci siamo creati.
Così come l’aggressività, altro sentimento considerato poco nobile, ma che in realtà non è sempre negativo. Il significato etimologico di aggredire è AD GREDIOR vale a dire ANDARE VERSO. Non è sinonimo di violenza, di sopraffazione ma è la più sana capacità di andarsi a prendere ciò di cui si ha bisogno. Provate a buttare un biscotto in mezzo a due cani che si vogliono bene perché vivono insieme da anni: ringhiano e se c’è bisogno si aggrediscono per andare a prenderlo. Questo perché l’istinto animale, che non è mediato da quella parte del cervello chiamata neocorteccia come invece accade nell’uomo, fa sì che ognuno si vada a prendere ciò che gli serve per la sopravvivenza (nell’esempio cibo). Poi, una volta che uno dei due se l’è preso, basta, amici come prima.
Quindi l’aggressività quando non è intesa come violenza (quest’ultima infatti è solo un aspetto dell’aggressività) ma come “andare” verso un proprio bisogno primario, verso un proprio obiettivo importante, verso una propria necessità, è tutt’altro che negativa. Rappresenta un’energia vitale, uno stimolo atto a far sì che ognuno di noi tiri fuori tutti gli attributi necessari a raggiungere il proprio fine, un elemento che si avvicina molto alla consapevolezza. 
Stessa cosa per come l’invidia, un sentimento apparentemente legato ad un senso di frustrazione derivante dalle fortune altrui, ma che in verità ci sta parlando di noi, del nostro profondo, dei nostri bisogni insoddisfatti. Un’energia volta a trasformare i nostri sogni in obiettivi.
Tutti noi dobbiamo necessariamente passare attraverso tutte queste emozioni e quindi non è corretto dire “io sono sempre arrabbiato” piuttosto che “io sono sempre geloso”, perché altrimenti ci focalizziamo su queste e perdiamo di vista tutte le altre.
Gli antichi per parlare delle emozioni facevano parlare gli dei, che altro non sono che una rappresentazione delle varie emozioni che abitano dentro l’essere umano. L’uomo antico in un momento di profonda tristezza, di grande gelosia, piuttosto che di rabbia calda, avrebbe ragionato in questi termini: “Cosa saranno venuti a dirmi questi sentimenti così potenti che mi angosciano? Che strada vogliono che io intraprenda?”.
La nostra mente invece, che tutto vuole sapere, controllare e definire in termini razionali, non potrà mai spiegarci un’emozione perché queste hanno altri codici. Ogni volta che vogliamo controllare o spiegarci un’emozione con la ragione, magari perché non vogliamo accettare il dolore per un istante, quel dolore rischiamo di cronicizziamo, costringendoci a soffrire per tutta la vita. La maledizione del nostro tempo è la scissione tra ciò che siamo e tra ciò che vorremmo essere. Il pensiero razionale non ha nulla a che fare con la vita e quindi dovremmo avere il coraggio ogni tanto di mettere i soliti pensieri da parte.
Ricorda sempre che nessuna emozione è eterna. Tutte le emozioni possono essere visualizzate come una curva gaussiana, vale a dire una figura geometrica un inizio, una salita fino a giungere ad un picco massimo e poi una discesa. L’emozione compie esattamente questo percorso: arriva improvvisa, sale, sale, sale, giunge ad un picco (di dolore così come di gioia) e poi, a patto che noi non la disturbiamo, decresce da sola, cala, cala, cala, fino a scomparire. Se invece la contrastiamo rischiamo soltanto, una volta arrivata al suo picco massimo di trasformarla in una linea retta togliendole la possibilità naturale di decrescere.
Oppure, sempre per non voler soffrire, al primo malessere prendiamo la “pastiglietta”. Ma proviamo ad immaginare un rubinetto da cui sgorga sia acqua calda che acqua fredda; caldo e freddo, i due opposti. Esattamente come gioia e dolore, i due opposti. Ecco, se quel rubinetto lo chiudiamo non sgorgherà più nulla, né l’acqua calda né tanto meno l’acqua fredda. E allo stesso modo succederà per le nostre emozioni: con la “pastiglietta” ci illudiamo di poter chiudere solo il rubinetto del dolore, ma aimè non sé così, e da quel rubinetto non potrà più sgorgare nulla, nemmeno la gioia. Nella vita esiste anche il dolore, e proprio il dolore ha una funzione importantissima perché arriva a spazzare via tutto l’inutile che c’è dentro di noi.
Ma cosa significa non intervenire?
Significa sedersi in poltrona e dirsi: “Ok, mi arrendo, non intervengo”. Così come quando è in corso una rapina, mi metto a mani alzate e lascio fare. Ok, mi accorgo che sta arrivando l’ansia, non cerco di spiegarmi il perché, non mi interessa da dove arriva, non mi chiedo nulla, non mi oppongo, semplicemente l’accetto. La saggezza della tua parte più autentica e più profonda, ti sta dicendo di fermarti e di rimanere un po’con la tua rabbia, con la tua aggressività, con la tua tristezza, di lasciarti invadere da loro, perché sono gli anticorpi necessari al fine della tua crescita personale.
Troppo spesso ci mettiamo in scontro diretto contro queste sensazioni, senza considerare che in questo modo, anziché liberarcene le potenziamo, gli diamo forza. L’emozione quando arriva non va scacciata, va accolta, va vissuta, e se proviamo a farlo ci accorgiamo che questa, così come un’onda del mare arriva, e poi se ne torna da dove è venuta.
Edward Bach, il medico gallese che ci ha fornito il magnifico sistema floreale che porta il suo nome, sosteneva che ognuno di noi è venuto al mondo per apprendere una lezione. E in tema di emozioni la lezione più importante che possiamo apprendere è il trascurare ogni tipo di giudizio morale, sociale, culturale riguardo questi sentimenti così forti, così potenti. Sia riguardo a quelli più gradevoli quali l’amore, la gioia, la generosità, sia verso quelli considerati più brutti quali la rabbia, l’invidia, la gelosia, la tristezza, e lasciarli vivere al nostro interno in armonia, semplicemente accogliendoli ed integrandoli
Questo ci consentirà di evolvere e di poter seguire il nostro percorso di crescita personale, abbandonando la visione rigida e a senso unico che ci eravamo costruiti di noi stessi per ottemperare allo scopo della nostra vita terrena, vale a dire diventare quegli esseri autentici, unici e irripetibili di cui ci parla la visione olistica dell’uomo.
Vi lascio con una straordinaria poesia di Giadal al – Din Rumi, il poeta mistico di origine persiana del 1200, in ci parla proprio dell’importanza di accogliere e integrare le emozioni.

Questo essere umano è un piccolo albergo.
Ogni giorno un nuovo arrivo:
una gioia, una depressione, una meschinità.
Qualche momentanea consapevolezza giunge
come un visitatore inaspettato.
Dà il benvenuto e intrattiene tutti gli altri
anche se essi sono una folla di dispiaceri,
che violentemente scuotono la casa
vuota dei suoi arredi.
Malgrado tutto onora ogni ospite,
la consapevolezza può mettere ordine
e creare spazio
per qualche nuova delizia.
Il pensiero cupo, la vergogna, la malizia
si incontrano alla porta ridendo
e li invita ad entrare.
Sii grato verso chiunque arrivi,
perché ognuno è stato inviato
come una guida dall’aldilà.

Giadal al – Din Rumi




MASTER RIFLESSOLOGIA PLANTARE PSICOSOMATICA. Docente Filippo Vagli

ANAHATA, - ACCADEMIA DI NATUROPATIA OLISTICA
PRIMO WEEKEND - FEBBRAIO 2018 -


LA LETTURA PSICOSOMATICA DELLA TACHICARDIA E DELLE EXTRASISTOLE Di Filippo Vagli


Da un punto di vista fisiologico la tachicardia si riferisce ad una frequenza del battito cardiaco a riposo più accelerata rispetto alla media degli individui (nell’adulto quando supera i cento battiti al minuto).
L’extrasistole è invece un disturbo dipendente da un’anticipata contrazione del cuore che altera la normale ritmicità del battito cardiaco.
Due situazioni in cui il cuore batte più velocemente del solito o comunque fuori ritmo.
L’organo bersaglio in entrambi i casi è quindi il cuore, l’organo centrale dell’apparato circolatorio, una vera e propria pompa meccanica del sangue.
Parlando di sangue e allargando un po’ il nostro sguardo attraverso un ragionamento di tipo simbolico-analogico, parliamo di emozioni.
Solamente scomponendo il sostantivo “emozione” in EMO-ZIONE possiamo facilmente leggervi un evidente ed immediato rimando al sangue (emo).
Espressioni del tipo:
“quando mi arrabbio mi va il sangue alla testa”
“quella persona mi emoziona, mi piace così tanto che mi fa sangue”
“quando ho visto quella scena ho avuto una gran paura, mi si è veramente gelato il sangue”
“il vero killer non si emoziona, ha veramente sangue freddo”
e altre ancora, ci testimoniano il legame indissolubile che esiste tra emozioni e sangue,
E d’altra parte quando ci emozioniamo per qualcosa non diventiamo forse tutti rossi in viso? Questo rossore altro non è che il sangue che si è radunato copiosamente nella zona del volto a fronte dell’emozione che abbiamo provato.
Siamo quindi nel mondo delle emozioni, un mondo sotterraneo che vive dentro di noi, nei meandri della nostra parte più profonda, un mondo che vorrebbe emergere, che vorrebbe venire a galla ma non riesce a farlo, un mondo a cui la nostra parte razionale non riesce a dare spazio. E spesso ciò accade quando per troppo tempo abbiamo lo abbiamo messo sullo sfondo anziché dargli lo spazio che avrebbe desiderato.
Ma torniamo a parlare del cuore.
A livello fisiologico il cuore, quando siamo a riposo, dovrebbe battere con una frequenza madia che si aggira tra i sessanta e i cento battiti al minuto, così come dovrebbe accelerare il proprio ritmo quando svolgiamo un’attività fisica rilevante o quando proviamo un’emozione intensa.
Ecco che, se un’accelerazione improvvisa (tachicardia) piuttosto che un’alterazione della normale ritmicità del battito (extrasistole) avviene quando non è presente nessuna di queste condizioni, una volta escluse tutta una serie di gravi patologie che possono determinare tali alterazioni, una lettura in chiave psicosomatica ci può rivelare alcuni aspetti molto importanti di una persona.
E’ possibile infatti che il sangue, che come già detto rappresenta il mezzo attraverso cui si veicolano le emozioni all’interno del corpo, si sia preso carico di far sentire che questo cuore vuole essere ascoltato.
Magari perché lo stiamo facendo battere troppo “lentamente” rispetto al ritmo di cui avrebbe bisogno. Oppure perché lo stiamo facendo battere con un ritmo troppo “regolare”. Forse abbiamo reso la nostra vita un po’ troppo piatta, un po’ troppo “lenta”, statica, abitudinaria, monotona, con poco “ritmo”, e il nostro cuore, con i suoi battiti accelerati e/o aritmici viene in nostro soccorso segnalandocelo.
Quando la nostra vita emozionale è diventata troppo regolare, troppo piatta è proprio il sintomo, l’extrasistole piuttosto che la tachicardia che ce lo viene a ricordare grazie alla sua accelerata o al suo ritmo irregolare.
Sintomi che rappresentano un’evidente richiesta di aiuto della nostra parte più profonda, che avrebbe voglia di un maggior movimento, di meno regolarità, di qualche schema in meno e di poter spendere giornalmente una quota di energia maggiore, una carica pulsionale che invece rimane insoddisfatta al nostro interno.
E’ possibile che il cuore ci stia chiedendo di ritrovare un nuovo equilibrio, una maggior armonia tra il mondo della “testa”, la razionalità, e il mondo del “cuore”, inteso come passionalità, istinti, sessualità.
E’ come se avessimo messo una camicia di forza al nostro “cuore” togliendogli quella parte di libertà, di spontaneità, di spensieratezza, di gioco, che naturalmente gli apparterrebbe a vantaggio di una cerebralità grazie alla quale abbiamo la convinzione di poter controllare tutto, anche e soprattutto le nostre emozioni più profonde, che non ci possiamo permettere di esternare
Ed ecco che sarà proprio il nostro cuore a segnalarci questi bisogni profondi di energia e di vitalità di cui la nostra anima ha bisogno di nutrirsi giornalmente.
Non sono grandi richieste da assecondare. Spesso si tratta semplicemente di poter trovare qualche spazio nella propria giornata da dedicare alle proprie passioni, a quello che ci piace fare, a quello che ci fa star bene. Magari anche a qualche trasgressione, concedendoci di uscire un pochino dagli schemi abituali, provando a vivere quello che ci viene più spontaneo, un po’ come fanno i bambini quando giocano, immersi nel mondo di fantasia e di magia.
E una volta recuperate e rimesse in prima linea queste nostre parti così profonde e così autentiche, il nostro cuore non avrà più bisogno di segnalarci la propria insofferenza accelerando o mandando fuori ritmo i suoi battiti, perché lo avremo nutrito con quello di cui ha bisogno




ANSIA, PANICO, TRISTEZZA, DEPRESSIONE. FORSE SIAMO SOLO…. FUORI TEMPO. Di Filippo Vagli


Ogni giorno ascoltiamo persone parlare di stati di malessere quali l’ansia, il panico, la tristezza, la malinconia, la depressione.
Al di là degli aspetti patologici legati a tali situazioni, che lasciamo ai professionisti del mondo sanitario, proviamo a osservare la cosa da un altro punto di vista.
Il tempo, inteso come Passato, Presente, Futuro, tre modalità di vivere, di concepire la nostra vita, ognuna delle quali genera stati d’animo diversi
Analizziamo una per una le tre diverse modalità:

CHI VIVE NEL PASSATO: Parliamo di chi vive costantemente nel passato, ad esempio chi passa il tempo guardando le sue vecchie foto e sentendosi triste perché non si vede più giovane e bella come nel tempo che fu. Oppure quelle persone che continuano a rimuginare sul perché sono finiti vecchi amori, antiche relazioni, rapporti di amicizia.
Di tutto ciò, oggi, non possiamo cambiare più nulla e avere la mente proiettata in questo tempo ci predispone ad entrare facilmente nel mondo della depressione.
Un mio insegnante illuminato teorizzava che addirittura, tutte le fotografie vecchie andrebbero buttate via, perché tenerle e guardarle è come far nascere una nursery in un cimitero. Un’espressione forte ma che rappresenta fedelmente lo stato di benessere recita:
“Le cose vanno mangiate e poi defecate !!!!!”
Delle cose vecchie dobbiamo tenere soltanto alcune cose, quello che strettamente necessario per farci star bene, esattamente come la fisiologia ci insegna riguardo al nostro l’intestino e quindi lasciando altresì andare ciò che non serve, i prodotti di scarto, perché se conservati per troppo tempo al nostro interno possono produrre disequilibri e malattia.
Lo stato di benessere lo troviamo quando ci predisponiamo a pensare che ogni giorno possiamo RICREARE noi stessi meglio di come eravamo il giorno prima, anche se prima eravamo più giovani.
Ecco quindi l’importanza del sostantivo CREATIVITA’ che se proviamo a scomporlo otteniamo CREA – TI – VITA e ci accorgiamo facilmente che il suo significato profondo ci rimanda al concetto che c’è vita solo quando crei.
Al contrario, non c’è vita nella ripetizione e soprattutto nel ricordo.

CHI VIVE NEL FUTURO: Partiamo da un concetto base: Il futuro non esiste!!!
Come faccio a sapere se domani mi sveglierò??? Presumibilmente sarà così, ma non ne abbiamo la certezza. Come facciamo a sapere quanto traffico ci sarà domani in strada? Piuttosto che se domani il nostro capo ci tratterà bene o male, o se domani ci sveglieremo milionari perché avremo vinto al SuperEnalotto!!!!!
Chi vive costantemente nel futuro è un grandissimo generatore di ansia.
L’ansia si inscrive nel grande mondo delle paure, e sostanzialmente è rappresentata da una paura anticipatoria.
E allora, chi vive nel mondo del futuro, se il giorno successivo dovrà recarsi in un posto nuovo incomincio a dirsi: “Ma come farò a trovarlo? Aspetta che mi stampo una cartina e poi una mappa ancora più dettagliata…. però se poi mi si rompe la macchina??? E se poi la cartina non è aggiornata e mi perdo????”. Ed ecco l’ingresso automatico nel mondo dell’ansia.
Ovviamente un minimo di attenzione, di preparazione, di programmazione e pianificazione è necessaria quando si affronta qualcosa di nuovo. Non posso certamente andare a fare il relatore se non mi strutturo e se non mi preparo la conferenza, ma non devo vivere costantemente in quel mondo, altrimenti creerò solamente ansia.

CHI VIVE NEL PRESENTE: Il presente è’ il luogo del benessere.
In prima istanza se penso al termine e lo scompongo dividendolo in PRE – SENTE ho subito l’idea di trovarmi in uno stato qualitativo molto importante, il SENTIRE (Io sento)
E quando sento? Non domani, non quando ero più giovane, ma è adesso che sento, e anche quando sento qualcosa che non mi piace, che non mi fa star bene, adesso, ora, ho la possibilità di modificarla, di cambiare qualcosa per arrivare allo stato di benessere.
Ora, non domani; se sono stanco adesso, devo imparare a fermarmi e a riposarmi adesso, non domani. Se adesso ho sete, è ora che devo bere, non domani.
E’ qui, ora, adesso, l’unico momento in cui possiamo cambiare le cose.
Nessun organo del nostro corpo fa le cose solo domani o le ha fatte solo ieri (altrimenti saremmo già morti), ma le sta facendo adesso, ora, esattamente in questo momento.
Il presente è anche il luogo del dolore, ma nel momento in cui tu vivi il presente e accogli il tuo dolore, quel dolore cambia qualcosa in te, modifica qualcosa nella tua vita e magari ti permette di fare cose che senza quel dolore non avresti fatto.
Il fatto stesso che il dolore ci costringa a fermarci, a modificare le nostre abitudini, il nostro stile di vita, già di per sè genera un cambiamento che è l’unico modo per uscire dalla malattia. 

Stare qui, nel qui e ora, vivere il presente vuol dire anche avere CONSAPEVOLEZZA di sè e del perché sto facendo una cosa e che magari sto adattandomi ad una situazione per un piccolo e giusto compromesso, non perché soni un incapace ma perché sono flessibile.
Infine, vivere nel presente significa anche LEGITTIMARSI, un elemento di fondamentale importanza per il nostro benessere perché ci offre la possibilità di entrare in uno stato energetico tale da poter in qualche maniera “gestire” un’emozione.
Basti pensare all’emozione delle emozioni, la paura.
Ognuno di noi è legittimo che in determinate circostanze abbia paura. Avere paura quando affrontiamo una prova difficile o davanti a certe situazioni non significa essere deboli, ma semplicemente essere in contatto con le proprie emozioni. Ecco che legittimarsi: significa anche dirsi: “Ok, ho paura…..ci può stare!!!!!”